Utilizzare WhatsApp potrebbe essere un rischio. Gli utenti potrebbero finire in tribunale: ecco che cosa non scrivere per evitare guai.
Tutti conoscono l’app per smartphone lanciata nel 2009 e attualmente di proprietà di Meta. Un’applicazione che sfrutta la crittografia end-to-end e ha la capacità di funzionare anche con le connessioni deboli e scalabilità, che sono solamente alcuni dei suoi punti di forza. Oggi il servizio è utilizzato da miliardi di utenti in tutto il mondo, utile non solo per tenersi in contatto con parenti ed amici.

La tecnologia ha trasformato notevolmente il modo in cui viviamo e interagiamo, aprendo nuove importanti prospettive anche per quanto riguarda il mondo del lavoro, in grado di stabilire un diretto legame con i colleghi e superiori. In particolare, la Corte di Cassazione Italiana ha emesso una sentenza molto importante che rappresenta un punto di svolta fondamentale nell’utilizzo delle comunicazioni digitali nei processi tributari. Una novità che ha messo in guardia gli utenti che usano le chat di WhatsApp perché possono essere utilizzate a fini legali. Andiamo a vedere nel dettaglio.
WhatsApp, le chat in tribunale: la sentenza della Corte di Cassazione
È noto a tutti come i dipendenti delle aziende fanno uso di WhatsApp per messaggi informali in merito alle attività di lavoro ma anche a quelle extra-lavorative. L’app però si presta anche come mezzo per pressioni indebite o per atti persecutori contro i lavoratori subordinati. Entrando nel dettaglio, la sentenza numero 1254 del 2025 della Corte di Cassazione stabilisce che i messaggi possono essere prove legali per il Fisco.

Si tratta di una decisione che rappresenta un passo avanti molto importante nell’ambito degli accertamenti tributari, un settore in cui la digitalizzazione sta assumendo un ruolo fondamentale. In questo caso, esattamente come i documenti cartacei, pure i dispositivi elettronici personali e aziendali possono subire delle ispezioni, inclusi quindi i messaggi che vengono scambiati tramite l’app di Meta.
Nonostante alcune perplessità, la decisione della Cassazione rientra in un intenso percorso di giurisprudenziale che negli ultimi tempi ha riconosciuto sempre più valore alle prove digitale. Ha segnato un punto di svolta importante nel settore della comunicazione nei processi tributari. Gli utenti, così come le aziende, devono essere consapevoli di questi sviluppi, così come adottare misure per proteggere la sicurezza digitale e privacy.
WhatsApp è una prova per il Fisco: le conseguenze
Sono molteplici le implicazioni della sentenza della Corte di Cassazione e sollevano interrogativi importanti in merito alla privacy degli utenti. In pratica, le conversazioni su WhatsApp sono considerate come prove, tranne nel caso in cui non venga contestata l’autenticità delle chat. Nel caso in cui ci siano dei dubbi in merito, sarà l’amministrazione fiscale a fornire elementi che dimostrino l’integrità delle chat e dei contenuti.

I criteri importanti affinché una chat venga considerata attendibile sono: identificabilità del dispositivo, che sia attribuibile a una persona specifica; assenza di manipolazioni, dove i contenuti delle chat siano integre e non alterate; possibilità di acquisizione tramite screenshot, quest’ultimo è ritenuto valido anche nel caso in cui la chat dovesse essere stata eliminata.
Dunque, visto che i dispositivi aziendali e personali sono sottoposti a ispezioni le aziende devono essere consapevoli di questi nuovi sviluppi e per questo motivo devono gestire con prudenza le comunicazioni per evitare i rischi fiscali. L’utilizzo dell’app di messaggistica istantanea comporta rischi inaspettati, soprattutto in materia di condivisione di informazioni delicate. Le aziende devono essere chiare e sicure affinché i loro interessi siano protetti.